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Scelta
non facile per un fotografo non professionista misurarsi con una realtà,
l'Albania, che non si presenta più sotto i riflettori del mondo della
comunicazione.
La
percezione comune che la fase dell'emergenza sia terminata,
l'affievolirsi degli echi di una atroce guerra interetnica, combattuto
dal giardino di casa nostra, ha distolto l'attenzione da un paese che
tuttavia ancora vive le proprie interne contraddizioni.
Anzola
coraggiosamente si è impegnato a documentare la realtà di un piccolo
villaggio albanese abbarbicato sui monti di una nazione connotata dalla
retorica nostrana come il "Paese delle aquile", di una nazione
alla quale ci ha legato un breve e poco esaltante passato coloniale.
L'approccio
fotografico dell'autore è stato quanto mai mirato: definiti i contorni
paesistici in maniera quasi topografica, senza indulgere verso un vuoto
formalismo, l'attenzione si è focalizzata sulla vita della gente, colta
nel suo ambiente, nelle sue povere casupole, nelle sue attività
quotidiane.
E'
esaltante per un fotografo affrescare l'epopea di una guerra, più
difficile semmai è cogliere con sensibilità l'eroismo della
quotidianità.
Anzola
ci riesce appieno, mettendosi in stretta relazione affettiva con le
persone raffigurate, entrando nelle case come uno di loro.
Ne
escono ritratti mai bloccati, persone vere che con dignità portano il
peso della loro dura vita in una situazione economica di sussistenza
sociale del giogo di una pluridecennale dittatura ed esposte, ancora
culturalmente impreparate, alle severe leggi del mercato.
In
una dimensione quasi atemporale traspaiono qua e là i segni della
contemporaneità: alcune antenne televisive qualche piccolo
"lusso" moderno permesso dalle rimesse degli emigrati, la
famiglia emigrata che rivisita la
vecchia casa abbandonata, la missione dove una manciata di suore svolge
il suo apostolato curando non solo le anime ma anche i corpi in un
difficile ambiente interreligioso.
Le
luci degli interni plasmano, quasi accarezzando le figure con il
realismo umbratile di certi pittori fiamminghi scavano i solchi delle
rughe, che diventano
a geografia della fatica di tutta un'esistenza.
Eppure
manca quel compiacimento estetizzante che di solito anestetizza la
nostra reazione emotiva: l'autore vuole indicarci una strada, quella
della condivisione, per cui "nessun uomo è un isola".
Il
bambino con le braccia aperte, come un cristo sorridente, ci chiama con
fiducia e l'immagine finale dei due bambini, accostati in cammino, ci
spinge ad allungare la nostra mano per accompagnarli e guidarli verso un
futuro, che non sia a casa d'altri ma a casa propria.
Giacomo Marchetti
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